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Una riflessione sull’anima in così poche cartelle ci costringe alla scelta di un solo percorso, tra i molti possibili, e a soffermarci su alcuni pochi movimenti del valore della parola “anima”, rispetto al caleidoscopio di significati che non conosce frontiere, religioni, tempo.
La nostra via, tra i molti fiumi dell’ anima, predilige quello della tradizione ebraico-cristiana; su questo fiume sono passate celebri figure e anonimi pensatori, profeti invasati e geniali sapienti ma, soprattutto, questo fiume ha visto il costante, profondo, ostinato rapporto tra l’uomo e il suo Dio.
E’ da questo rapporto che sono nate alcune tra le più elevate pagine della storia dell’ anima.
L’ idea di anima o di spirito, fin dagli albori del pensiero sapiente dell’ uomo, può essere ricondotta a tre grandi principi o radici.
All'origine c’è l’esperienza primaria della vita e della morte, simbolicamente riassunta nel respiro, un universale linguistico alla base del lessico per la rappresentazione della realtà dell’ anima.
La seconda esperienza significativa per tracciare i confini dell’ anima, presente in gran parte dei popoli antichi (su tutti gli egizi; pensiamo ad esempio al sogno del faraone Tutmosi IV che incontra il Dio Amom, XV sec. a.C.), è quella del sonno. Lontano dall’ idea moderna di sogno, l’ uomo antico considerava lo stato onirico come la parabola della vitalità, indipendenza e trascendenza dell’ anima.
Il terzo elemento, presente in tutte le culture, e che determina, al pari degli altri la certezza dell’ esistenza dell’ anima è l’esperienza religiosa(1).
E’ da questa esperienza che vorremmo risalire il grande fiume ebraico-cristiano.
Il Signore Dio plasmò l’ uomo [‘adam] con polvere della terra [‘adamah],
soffiò nelle sue narici una nishmat-hajfim e l’ uomo [‘adam] divenne una nefesh hajjah. (Gn. 2,7)
Ci troviamo nel mezzo del secondo grande affresco della creazione, Genesi 2-3.
In questo contesto letterario, conosciuto come la scuola della tradizione jahvista (dall’ uso della parola Jahvè per indicare Dio), ci imbattiamo immediatamente in una serie di termini che non possono essere liquidati con una semplice traduzione.
Appare innanzitutto il gioco di parole, intraducibile per la lingua italiana(2), tra ‘adam, uomo e ‘adamah, terra; le due espressioni hanno alla base la stessa radice ebraica ‘dm che evoca il colore ocra dell’ argilla. Nel complesso l’ idea è cristallina: l’ uomo ha un legame costituzionale con la materia e con il creato che lo circonda. Il simbolismo con la terra esprime la fragilità, il limite, la finitudine; in una parola la condizione di essere mortale, ciò che in ebraico viene spesso indicato col termine basar, carne.
Ma il versetto contiene una seconda connotazione dell’ uomo, quella di essere una creatura vivente.
Ci troviamo in presenza di un altro simbolismo, quello dell’ insufflazione nelle narici per introdurre il respiro, simbolismo presente in diverse tradizioni del Vicino Oriente(3).
Dio soffia nelle narici dell’ uomo un nishmat-hajfm, comunemente tradotto con “alito di vita”, un elemento che si avvicina molto al nostro concetto di anima; ma insufflandogli la vita Dio si lega a filo diretto con l’ uomo: vita e coscienza della vita sono ora indissolubili(4). Sintetizzerà molto bene questa idea Pascal nel pensiero n° 347 quando dice: “l’ uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura ma è una canna pensante”.
L’ uomo, limitato, vivente, cosciente, conclude il passo della Genesi 2,7, è una nefesh hajjah (essere vivente). Ma occorre circoscrivere meglio il termine nefesh che compare ben 754 volte nell’ Antico Testamento e per 680 è stato tradotto col termine greco psychè (anima). L’espressione, nella sua valenza profonda, non indica specificatamente l’ anima; essa piuttosto si riferisce alla realtà umana nella sua globalità e specificità. Lo spettro che comunemente si utilizza per tradurre nefesh varia da: palato, gola, trachea, collo, organi del respiro (che comunque rimandano alla base simbolica universale per riferirsi all’ anima). Nel percorso delle interpretazioni si incontrano valori antropologici più alti come cuore e mente, ma si ha anche la concretezza della respirazione con il soffio, l’ alito e il respiro, che si spostano verso l’ orizzonte della vita e dell’ esistenza, facendo a volte intuire anche la possibilità di una vita eterna.
Il pensiero ebraico, fin dalle sue origini, ha mutuato dalle popolazioni circostanti miti, lingua e categorie religiose. Ma, in questo processo di osmosi, la peculiarità dell’ ebraismo può essere ricondotta ad una singolarità: il principio monoteistico non è mai stato messo in discussione, l’ idea di un unico Dio non è mai stata oggetto di contesa filosofica. Lo Shemà, la preghiera squisitamente ebraica recitata ogni giorno da tutti i credenti: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Di,o il Signore è uno solo. (Dt. 4), è stata sin dalle origine un fondamento inamovibile.
A partire dal IV secolo a. C. l’incontro-scontro con il mondo ellenistico ha portato all’ ebraismo nuove categorie di pensiero e stimolanti risorse linguistiche. A testimonianza di questo processo portiamo un brano molto conosciuto dalla tradizione cristiana perché costantemente letto nel rituale funebre. Si tratta di alcuni passi del terzo capitolo del libro della Sapienza. Un libro acerbo scritto alle soglie dell’ era cristiana (probabilmente attorno al 50 a.C.) da un autore giovane e anonimo.
Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà,…
…Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di vita immortale. (Sap. 3.1-4).
L’ operazione linguistica condotta dal giovane autore del libro della Sapienza è, senza esagerazioni, geniale. Egli trascrive il messaggio biblico della salvezza, introducendo, con dosaggi sapientissimi, nuove formulazioni linguistiche. Il pensiero ebraico difettava di astrazioni; concetti come nulla, incorruttibilità, immortalità potevano essere resi solo con concreti simbolismi che però non potevano raggiungere la purezza e l’ efficacia espressiva del pensiero greco. L’ opportunità per arricchire e potenziare il linguaggio ebraico viene fornita dall’ ellenismo, con tutto il suo apparato linguistico, filosofico e teologico. Ecco allora che all’ orizzonte compaiono i primi tentativi di ridefinire i concetti di anima. I versetti del libro della Sapienza non parlano ancora di anima immortale e incorruttibile, accennano solamente ad una possibile speranza di vita immortale; essi però preparano il terreno per una nuova e grande rivoluzione. Alle soglie del cristianesimo nuove idee, linguaggi e forme dell’ anima prenderanno vita con rinnovato spirito.
Due millenni di speculazioni, riflessioni, intuizioni, meditazioni teologiche e una lunga serie di asserzioni e dichiarazioni dogmatiche ecclesiali sull’ anima, rappresentano un’ impresa ardua da sintetizzare. La teologia dell’ anima, così come si è sviluppata all’ interno della tradizione cristiana, attinge dalla sorgente sacra della Bibbia, le cui acque, come abbiamo già accennato, sono state abbondantemente miscelate dalla fonte della cultura greca. Nei primi quattro secoli dell’ era cristiana, i padri della chiesa, saranno attenti ad affidarsi all’ insegnamento fondamentale ed originario delle Sacre Scritture ma non disdegneranno l’ abbraccio misurato ma convinto con Platone o Plotino e la loro sontuosa dottrina dell’ anima. Giustino, Ireneo, Origene, Tertulliano sono i fari che apriranno la via all’ astro di S. Agostino di Ippona (354-430). Per secoli sarà la stella polare della teologia cristiana; sarà lui a coniare nel suo trattato sulla Trinità una formula definita antropologica dove però l’ accento si trasferisce marcatamente sull’ anima:
L’ uomo è una sostanza razionale,
che si compone di anima e di corpo (XV,7,11)
Il viaggio che S. Agostino compie nel mondo dell’ anima, è affidato alle pagine stupende, anche a livello letterario, delle Confessioni. Il metodo da seguire per inoltrarsi in questo mondo è quello dell’ interiorizzazione: entrando in se stessi s’ incontra Dio e l’ io. Si legge nelle Confessioni:
Non esisterei affatto, mio Dio, non esisterei certamente se tu non fossi in me.
Anzi, non esisterei affatto se io non fossi in te, dal quale, per il quale e
nel quale tutte le cose hanno l’ essere (1,2).
L’ eredità di S. Agostino sta nell’ affermazione che l’ anima è la sede della teofania di Dio(5); il luogo privilegiato che rende Dio più intimo del mio intimo. Egli è fermamente consapevole che l’ immagine di Dio nell’ uomo, proclamata dalla Genesi (1, 27), è impressa proprio nella nostra anima.
Gianni Fumagalli.
(1) Quali e quante analogie “energetiche” non sfuggono all’attento lettore che osserva questo simbolico schema a 3:
- "primo fra tutti il soffio - respiro di cui tanto si discute nelle pratiche Taoiste o pratiche del respiro (esercizi respiratori) vero ed indissolubile legame dell'uomo al mondo ed al contempo al cielo, count-down del periodo temporale di vita proposto dai taoisti in numero di respiri e non in quantità di tempo a disposizione; ed ancora, per i più attenti la strettissima analogia che mostra un antico ideogramma di Qi-Ki (vedi ideogrammi) legato all'atto respiratorio ed al numero 3.
- L’aspetto onirico risveglia il concetto di coppia indissolubile, cardine energetico nello yin-yang, relazione rigenerante fra progettualità e realizzazione, non ultimo la capacità di legame fra il “noi” visibile ed il “noi” profondo.
- "Infine, solo un accenno per ricordare la metafora dei 3 Tesori (jing - qi - shen), importante momento di coesione alchemica fra trasformatore e trasformazione attraverso la materia, capaci di accompagnare l'uomo guidato dal Cielo ed indirizzato in modo fermo e flessibile da un rafforzato proposito-volere, in una corretta condotta di vita, con traguardo alla comprensione della risposta finale al grande enigma della vita.
(2) Ricordiamo che la lingua ideografica cinese, similare alla ebraica dal punto di vista dell’utilizzo del simbolo, utilizza sovente e volentieri l’abbinamento di caratteri particolari che rendono la traduzione difficoltosa, a volte equivoca; in realtà le due lingue possono essere definite possibiliste, lasciano spazio alla interpretazione del lettore attento e di quello distratto; le due lingue utilizzano entrambe il metodo osservativi oltre al metodo di semplice lettura, è quindi importante leggere e nel contempo osservare la combinazione dei tratti e suoni.
(3) L’attrazione (qi) delle essenze (jing) denota la permanenza di soffio celeste (shen) .
(4) La pratica Zen stigmatizza la ricerca del Cielo-divino suggerendo un viaggio di introspezione, asserendo che “la vera natura del creato è in noi”.
(5) L’espressione ideografica della “radice” della perfetta manifestazione dell’uomo nel suo divenire è Yuan , il cui significato è “originale” a cui, con licenza poetica, abbiamo dato il nome di scaturigine, “ciò che scaturisce da una fonte originale”.
Note di Fabrizio Bonanomi. |